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Omaggio al Venerabile Ghesce Ciampa Ghiatso

Ghesce Ciampa Ghiatso

Il quatto dicembre, giorno di Lama Tsong Khapa, alle quattordici e trenta le autorità italiane hanno concesso un dono rivoluzionario per la nostra repubblica, la cremazione del corpo di Ghesce Ciampa Ghiatso nel rispetto della tradizione tibetana. Forse la massima dimostrazione della forza che ha avuto il suo potere della trasformazione e che ci ha arricchito di un vero patrimonio morale.

Là in mezzo in uno spazio aperto e pianeggiante, sotto la mole dell’Istituto Lama Tzong Khapa di Pomaia, in uno stupa è stato collocato il suo corpo. Intorno a Lui in un quadrato aperto erano seduti i Lama quindi intorno l’assemblea di monaci e discepoli.
Abbastanza vicino quasi a toccare lo stupa c’ero anch’io, gli occhi rivolti al cielo.

Come una promessa per tre volte il fumo si è avvolto sulle nostre teste ad una ad una e poi dritto e libero ha puntato verso l’alto.
Come se fosse giunto il tempo di andarsene il suo cuore aveva cessato di battere alle tre e quaranta del ventisette novembre, i suoi occhi si erano chiusi in meditazione. All’obitorio dell’ospedale di Cecina come le onde nella risacca le emozioni guidate dallo smarrimento salivano spumeggiando, sconquassavano la mia mente per poi placarsi. Ricordi, parole e sorrisi e poi di nuovo l’urto violento del dolore, appena mitigato dalla preghiera. Per sette giorni.

E’ straordinario come GhesceLa si interessava della vita personale di tutta la gente che incontrava. La semplicità con cui viveva in gioiosa armonia con gli insegnamenti del Buddha dava a Lui qualcosa di sconosciuto per noi. Poche grandi persone come Ghesce Ciampa Ghiatso lasciano dietro di sé capolavori di opere morali e il beneficio di piccole azioni a noi comuni, coerenti con la bontà dei pensieri e delle parole.

L’assoluto controllo del suo corpo avrebbe dovuto insegnarci a placare le nostre passioni e i nostri affanni mondani. Il suo ascetismo era efficace perché si mascherava nella nostra quotidianità e aveva creato un vincolo infrangibile fra lui e il suo popolo di discepoli. Placava l’ira con un sorriso, vinceva il bugiardo con la verità, smascherava l’egoismo con l’amore, era la sintesi vivente di buoni mezzi e di buone opere. Il suo grande servigio è stato di fare di sé un ponte spirituale per guidarci in un’esperienza interiore. Voleva che tutti ci arrivassero per intima persuasione e quindi liberamente, non costretti dalla forza della sua superiorità interiore. Fino all’ultimo filo di fumo, per mostrarci l’eredità dei suoi metodi.

Alle quattro ho accompagnando l’ultima fiamma con lo sguardo e ho sentito la promessa. Con i versi di Shantideva:
fino a quando esisterà lo spazio,
e fino a quando vi saranno esseri senzienti,
fino ad allora, possa esserci anch’io,
per eliminare la sofferenza del mondo.

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